La Fondazione Poliambulanza di Brescia è da poco stata riconosciuta come centro di riferimento per il Lichen Scleroatrofico. Un risultato importante ottenuto grazie al lavoro della Dottoressa Manuela Lomini, medico chirurgo, specialista in ginecologia e ostetricia, responsabile del servizio di patologia del basso tratto genitale della Fondazione Poliambulanza di Brescia e docente presso il Master in Medicina e Chirurgia Rigenerativa Polispecialistica dell’Università Cattolica del Sacro Cuore.
Dottoressa Lomini, cominciamo da lei. Come definirebbe il suo modo di esercitare la medicina?
«Credo che un medico debba saper comprendere il dolore del corpo, ma anche quello dell’anima. La mia è un’attività che richiede counselling, ascolto, attenzione: non si tratta solo di curare un sintomo, ma di capire la persona nella sua interezza. A volte la soluzione non è immediata né esclusivamente medica. Il nostro compito è accompagnare la paziente verso un percorso che affronti anche le cause, non solo gli effetti».
Il suo campo di interesse principale è la patologia cervico-vaginale. Come è nata questa specializzazione?
«In ginecologia c’è un mondo immenso: sala parto, ambulatori, chirurgia. Io ho sempre fatto tutto, essendo ospedaliera, ma nel tempo mi sono accorta che il mio campo d’azione, quello che mi chiamava davvero, era la patologia cervico-vaginale e vulvare. Lavoro in Poliambulanza da quasi 25 anni e qui è nata la mia crescita professionale».
Ci racconta com’è iniziato il lavoro sul Lichen e sulle patologie vulvari?
«All’inizio nessuno ci ascoltava. Molti colleghi ci consideravano un po’ “visionarie”. Con alcune dermatologhe abbiamo aperto un ambulatorio congiunto: io portavo la parte ginecologica, loro quella dermatologica. Da questa collaborazione ho imparato molto e credo di aver dato molto anche a loro. Abbiamo unito le competenze e abbiamo capito che esisteva un mondo nascosto: patologie vulvari non diagnosticate, ignorate o trattate in modo superficiale».
Un mondo nascosto?
«Sì. Proprio per questo ogni anno organizzo convegni dedicati alla regione vulvare, che ho voluto intitolare così: “Un mondo nascosto”. È un’area di cui si parla poco, spesso con imbarazzo, e che invece racconta storie difficili, dolorose, complesse, che meritano voce e competenza».
Che tipo di ostacoli ha incontrato nel gestire queste pazienti?
«Tantissimi. Soprattutto nell’accesso alle cure. Le mie sedute ambulatoriali sono enormi: arrivo a vedere trenta pazienti in un unico turno, tutte in regime mutualistico. Moltissime chiedono l’esenzione, perché i trattamenti rigenerativi hanno un costo. Ma ottenere l’esenzione era un percorso a ostacoli: code interminabili nei centri autorizzati, biopsie fatte male o non necessarie, diagnosi sbagliate o minimizzate».
Spesso la diagnosi non arriva?
«Purtroppo no. Per il Lichen, ad esempio, la diagnosi è soprattutto clinica. La biopsia serve solo nei casi dubbi. Ma capita che venga eseguita nel punto sbagliato, o che le informazioni cliniche non vengano trasmesse all’anatomopatologo. Il risultato? Referti fuorvianti che negano la patologia, lasciando le pazienti senza aiuto. Per questo abbiamo creato un dialogo costante anche con gli anatomopatologi, che nel tempo sono cresciuti insieme a noi».
Il suo racconto fa emergere una dimensione clinica ma anche profondamente umana.
«Trattare queste donne richiede molto più del gesto medico. Il dolore cronico le trasforma: diventano pazienti difficili, ostili, sfiduciate. Molte arrivano da percorsi sanitari complicati, in cui non sono state credute, ascoltate o curate bene. Alcune portano anche storie di traumi, abusi, famiglie difficili. Per questo è importante conquistare prima di tutto la loro fiducia. Non posso limitarmi a dire: “Facciamo questo trattamento”. Devo prendermi carico della persona, con tutto ciò che porta».
E questo ha un impatto anche su di lei.
«Sì, ci si svuota. Una paziente mi ha regalato un’ametista dicendomi di toccarla ogni tanto per rigenerarmi. Mi ha fatto sorridere, ma è vero: questo lavoro ti chiede energia e te la toglie. Però restituisce anche molto: dignità, riconciliazione con il proprio corpo, la sensazione di essere finalmente viste».
La Regione Lombardia ha riconosciuto il vostro centro come riferimento per il Lichen. Cosa rappresenta questo traguardo?
«Per me è un riconoscimento non solo professionale, ma emotivo. Dopo anni di fatica, battaglie burocratiche e cliniche, finalmente il nostro lavoro viene legittimato. Abbiamo costruito una rete: ambulatorio, trattamenti rigenerativi, presa in carico globale. La paziente viene “abbracciata” da ogni punto di vista. Questo riconoscimento chiude un cerchio iniziato molti anni fa».
Come funzionerà il nuovo servizio?
«Sto ultimando l’apertura del portale e definendo l’organizzazione interna. Sarà un percorso graduale: prime sedute dedicate, poi uno spazio sempre più strutturato. Non posso dire “lo faccio tutti i giorni”: devo valutare quanto tempo richiede, quante pazienti posso seguire, come integrare tutto nel resto dell’attività ospedaliera. È una macchina complessa, ma finalmente parte».
La Lombardia è una regione molto popolosa. Che impatto avrà questo centro?
«Un impatto enorme. I centri per l’esenzione del Lichen non sono molti e alcuni non sono realmente attivi. La Lombardia ha qualche centro in più rispetto ad altre regioni, ma sono intasati. Arrivano pazienti da tutta Italia: Sardegna, Sud, Centro. La migrazione sanitaria è un problema, ma è la realtà: dove non ci sono competenze, le donne si spostano. Il nostro compito è rispondere a questa esigenza con professionalità e capacità di accoglienza».
Guardando al futuro, cosa si aspetta da questa nuova fase?
«Devo ancora fare tantissimo. Questo centro è un punto di partenza, non un punto di arrivo. L’obiettivo è garantire che ogni donna, indipendentemente dalla sua storia o dalla sua regione, possa trovare ascolto, diagnosi corretta, trattamento adeguato e soprattutto dignità. Perché la vulva è nascosta, ma non per questo meno importante di qualsiasi altra parte del corpo».

