La fisioterapia del pavimento pelvico rappresenta oggi uno degli strumenti più importanti nel percorso multidisciplinare di cura del Lichen Sclerosus. Lo racconta con passione Gigliola Natanti, fisioterapista che ogni giorno accompagna donne con dolore vulvare, difficoltà nei rapporti sessuali e, spesso, una diagnosi di Lichen Sclerosus arrivata troppo tardi.

Dottoressa Natanti, come nasce il suo percorso professionale?

«Da diciassette anni sono fisioterapista specializzata nella riabilitazione del pavimento pelvico. Mi sono laureata a Verona con una tesi sul pavimento pelvico femminile e, all’epoca, fu una scelta piuttosto innovativa perché non ne parlava praticamente nessuno. Dopo la laurea ho fatto dieci anni di alta formazione nella terapia manuale del pavimento pelvico e, con l’esperienza sul campo, ho costruito una rete di professionisti sanitari e medici specialisti con cui collaboro da anni. Ho frequentato anche la scuola di sessuologia e oggi sono consulente sessuale. Questo mi permette di comprendere meglio molte problematiche che i pazienti mi raccontano. Per me lavorare come fisioterapista del pavimento pelvico è molto più di una professione sanitaria: è una missione di vita».

Lei sostiene che il Lichen sia ancora poco conosciuto.

«Sì, viene considerato una malattia rara, ma io non credo che lo sia. Nel mio studio vedo una percentuale molto elevata di donne che soffrono di Lichen e ognuna ha una storia diversa. Credo che le diagnosi siano sottostimate e purtroppo esiste ancora una scarsa conoscenza della patologia, anche da parte di alcuni professionisti sanitari».

Qual è il contributo della fisioterapia nel trattamento del Lichen Sclerosus?

«La combinazione tra fisioterapia costante e trattamento chirurgico con PRP e lipofilling è la chiave vincente. La riabilitazione comprende terapia manuale, radiofrequenza ed esercizi terapeutici personalizzati da svolgere a casa con costanza quotidiana. Negli anni ho notato che la costanza premia sempre: quando le donne comprendono l’importanza della terapia combinata ottengono ottimi risultati poiché diminuisce la sintomatologia e si rallenta anche l’avanzamento della patologia».

Anche gli esercizi vengono personalizzati?

«Sempre. Ogni donna è diversa. Gli esercizi possono prevedere l’utilizzo delle dita oppure di ausili specifici, come dilatatori terapeutici o altri strumenti, ma tutto dipende dalla persona. Ci sono donne che fanno fatica anche solo a guardarsi o a toccarsi. Altre preferiscono utilizzare un ausilio perché si sentono più sicure. Bisogna rispettare i loro tempi. Poi, piano piano, alcune riescono di nuovo ad avere rapporti sessuali penetrativi e scoppiano a piangere dalla gioia. Quella è una conquista enorme».

Cosa le insegnano ogni giorno le sue pazienti?

«Che sul lettino della fisioterapia emerge tutto. Non c’è soltanto la fisiologia, c’è la persona. Ci sono donne che raccontano le difficoltà nella sessualità, nella coppia, nella quotidianità. Alcune mi hanno confidato anche esperienze di abuso. Sono situazioni molto delicate e io non sono una psicoterapeuta, quindi il mio compito è ascoltare, accogliere e indirizzarle verso chi può aiutarle. Bisogna cogliere quei messaggi che la paziente ci lancia e capire come aiutarla al meglio».

Nelle sue risposte torna spesso il tema del lavoro di squadra.

«Perché è fondamentale. Quando ho iniziato questo lavoro trovavo spesso porte chiuse. Far capire l’importanza del pavimento pelvico e della collaborazione tra professionisti è stata una grande sfida. Oggi collaboro con ginecologi, dermatologi, urologi, psicoterapeuti e sessuologi; quando una paziente ha bisogno di un supporto diverso dal mio, la indirizzo alla persona giusta».

Che messaggio vorrebbe lasciare alle donne che convivono con il Lichen Sclerosus?

«Vorrei dire che oggi non sono più sole. Esistono professionisti che lavorano insieme e che possono costruire un percorso di cura completo. La cosa più importante è non fermarsi, affidarsi a chi conosce questa patologia e avere costanza. Perché la costanza, davvero, premia sempre».