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Malattia come metafora? No grazie!

Attribuire un significato alla malattia è un atto ricco di implicazioni che si ripercuotono sulla realtà

Nel libro “malattia come metafora” Susan Sontag sostiene che la malattia non è una metafora e che il modo migliore per considerarla e affrontarla, sia un modo più possibile libero da pensieri metaforici.

Il libro, edito per la prima volta nel 1977, sostiene questa tesi in modo approfondito, concentrandosi in gran parte sui mali più pervasivi di fine Novecento: l’AIDS e il cancro. Tuttavia, la riflessione che conduce in queste pagine è più ampia, e va oltre la specificità di ogni singola malattia.

Il libro percorre l’immaginario collettivo che la nostra società ha costruito attorno alla malattia e al malato, alla condizione di essere malati. Da questa ricerca scaturisce un’ampia panoramica di riferimenti letterari e abitudini linguistiche da sempre volte a indicare la malattia con colpa, vergogna, imbarazzo, pudore, paura e una serie di ‘fantasie punitive e sentimentali’.

Attribuire un significato alla malattia è un atto ricco di implicazioni che si ripercuotono sulla realtà, perchè il significato è sempre moralistico. Ogni malattia sconosciuta e priva di cure accertate, è sempre ricca di significati ricchi di colpa, la malattia diventa metafora e poi diviene anche aggettivo: si dice che qualcosa (di brutto) le assomiglia. Per esempio: la corruzione è il cancro della società. Oppure, ancora, in Francia, una facciata di un edificio che va a pezzi, si dice lépreuse (lebbrosa). In francese, da pestilenza derivano pestilent (offensivo per la religione e la morale) e pestilential (moralmente nocivo). 

“La morte è oggi ritenuta un evento oltraggiosamente insensato, la malattia che viene largamente considerata sinonimo della morte è sentita come qualcosa che bisogna nascondere”. 

Questa affermazione forse risente degli anni trascorsi finora, anni nei quali, soprattutto in quelli più recenti, alcune malattie non sono più nascoste ma sono anzi narrate quotidianamente, con una sorta di diario di bordo da condividere con più persone possibile. Questo è forse legato a doppio filo con i nostri tempi nei quali vince chi si mostra, vince chi combatte sempre e, alla fine, vince chi vince, in queste narrazioni quotidiane, pare che raccontare dettagli della malattia giorno dopo giorno sia di per sé parte di un percorso che inevitabilmente porterà a asconfiggere la malattia, perchè se la malattia è qualcosa che ‘ci sfida’ se noi reagiamo a testa alta la sconfiggeremo.

Ma questo ragionamento non è corretto perchè parte da un presupposto sbagliato, cioè che la malattia sia una sfida da combattare, qualcosa che è venuta per un motivo (per lo più una colpa, come ci racconta la Sontag per tutto il libro) o ancor peggio è venuta “per dirci o per insegnarci qualcosa”.

Susan Sontag prende in considerazione anche un certo modo di interpretare la malattia da parte ella psicologia e il senso di colpa che questo porta con sè (almeno quella del novecento a cui si riferisce, come Freud o Jung):

“Quell’ineluttabile realtà materiale che è la malattia può avere una spiegazione psicologica, si incoraggia la gente a credere che ci si ammala perchè (inconsciamente) lo si desidera e che ci si può curare mobilitando la propria volontà: che si può cioè scegliere di non morire di malattia. Sono due ipotesi complementari. Mentre la prima sembra alleviare il senso di colpa, la seconda lo ripristina. Le teorie psicologiche sulla malattia sono un mezzo poderoso di gettare la colpa sul malato. Spiegare ai pazienti che sono loro stessi la causa, involontaria, della propria malattia, significa convincerli che se la sono meritata”.   

La convinzione che una malattia porti con sé una colpa da espiare è invece ancora oggi profondamente radicata, ed è assai frequente parlare con persone convinte che la malattia voglia dire loro qualcosa, persone che si affannano a cercare un senso alla propria malattia e infine una lezione, lezione che spesso è fin troppo immediata, veloce e superficiale.

Un esempio: questo meccanismo, dopo pochi giorni di pandemia di covid-19 è estremamente diffuso, ognuno di noi, più o meno, mette al corrente l’altro di ciò che questo virus ci sta insegnando o dovrebbe insegnarci, come il riposo, il sapersi fermare, il valore di stare insieme, e così via.

E’ comprensibile, questo è un tentativo per rendere meno cattiva una malattia, con il dolore e la morte che porta con sé, ma è un modo del tutto irrazionale di spiegarla, raccontarla e affrontarla, un modo ingenuo che alla lunga non ci libera dal senso di colpa, ma semplicemente lo imbelletta per renderlo più sopportabile.

Affrontare il senso di colpa alla radice, e sradicarlo, invece, ci aiuterà a liberarcene e a sostituirlo con parole più adeguate e finalmente anche con emozioni in grado di farci da carezze e da consolazione, nella loro ineluttabile, ma sana, verità.    

Riferimenti bibliografici:
Malattia come metafora, di Susan Sontag, Mondadori, 1977.
Malattia come metafora? No grazie!