Perché insegnare ai bambini i nomi corretti delle parti intime è un atto di cura, rispetto e protezione

Parlare del corpo con i bambini, soprattutto delle parti intime, è ancora oggi un argomento che mette molti adulti a disagio. Si ricorre a nomignoli, eufemismi o formule “carine” per evitare imbarazzo ma, come dimostrano decenni di studi, questa abitudine può avere conseguenze sul modo in cui i bambini conoscono, vivono e proteggono il proprio corpo. Già nel 1992, una ricerca pionieristica condotta da Sandy Wurtele, Ann Melzer e Lisa Kast presso l’Università del Colorado aveva mostrato che i bambini in età prescolare (dai 3 ai 5 anni) conoscevano bene i nomi delle parti visibili del corpo, ma quasi nessuno era in grado di nominare correttamente i genitali. Eppure, dopo una breve lezione, la maggior parte di loro imparava e ricordava con facilità i termini corretti, segno che non è l’età a creare difficoltà, ma l’atteggiamento degli adulti. Trent’anni dopo, il messaggio di quello studio è più attuale che mai. Un recente articolo pubblicato dal Nationwide Children’s Hospital (novembre 2024) ribadisce l’importanza di usare fin da piccoli i nomi anatomici corretti — come pene, vulva, vagina, scroto — e spiega perché questo semplice gesto linguistico è in realtà un potente strumento di educazione e di protezione.

Le parole contano: il linguaggio come base della consapevolezza corporea

Usare i nomi giusti significa trasmettere ai bambini un messaggio chiaro: ogni parte del corpo è normale e degna di essere conosciuta e nominata. Quando invece gli adulti evitano certe parole o le sostituiscono con soprannomi (“pisellino”, “patatina”), il bambino può interiorizzare l’idea che ci sia qualcosa di “sbagliato” o “vergognoso” in quelle zone. La ricerca di Wurtele e colleghi aveva già evidenziato come molti bambini non solo ignorassero i nomi corretti, ma reagissero con risatine o disagio quando venivano pronunciati: un riflesso diretto dell’imbarazzo adulto. Il Nationwide Children’s conferma che normalizzare il linguaggio corporeo fin dai primi anni favorisce l’autostima, la fiducia e una relazione più sana con la propria identità fisica.

 

Comunicare con chiarezza per proteggere

Usare soprannomi o termini vaghi può sembrare innocuo, ma crea confusione linguistica e psicologica. Un bambino che sente parole diverse per la stessa parte del corpo può non capire a cosa si riferiscono e, fatto ancor più importante, potrebbe non riuscire a spiegare se prova dolore o se qualcuno ha avuto comportamenti inappropriati. Immaginiamo la differenza tra dire “mi fa male lì sotto” e “mi fa male la vagina”. Nel primo caso, l’adulto deve interpretare; nel secondo, la bambina comunica in modo chiaro e inequivocabile. Come sottolineano i ricercatori americani, il linguaggio preciso è uno strumento di sicurezza: chi sa nominare il proprio corpo sa anche raccontare cosa accade, e questo può essere cruciale nella prevenzione e nella rilevazione precoce di abusi.

 

L’autonomia corporea inizia dalle parole

Conoscere i nomi corretti non toglie innocenza ai bambini, al contrario li aiuta a comprendere i propri confini e a difenderli. Quando un adulto insegna con naturalezza parole come pene o vulva, comunica implicitamente che il corpo non è un segreto, ma una parte preziosa di sé. Secondo il Nationwide Children’s Hospital, questo atteggiamento rafforza l’autonomia corporea, cioè la consapevolezza che il proprio corpo appartiene a sé stessi. Sapere che nessuno deve toccare le proprie parti intime senza permesso – e sapere come parlarne – è una lezione di libertà e di rispetto.

Quando iniziare e come farlo

Gli esperti consigliano di iniziare fin dai primi anni di vita, in modo naturale, durante i momenti quotidiani: il bagnetto, il cambio del pannolino, la vestizione, la visita dal pediatra. Non serve una lezione formale: basta usare sempre le parole corrette, come si fa per mano o piede.
Quando il bambino fa domande, rispondere con calma e semplicità, evitando reazioni di imbarazzo, insegna che queste conversazioni sono normali e sicure. Come scriveva Wurtele nel 1992: «Il linguaggio è potere. Fornire ai bambini gli strumenti per descrivere il proprio corpo significa anche proteggerli».

Per genitori ed educatori: piccoli gesti, grandi cambiamenti

  • Usate i nomi anatomici corretti in modo coerente e quotidiano.
  • Rispondete con serenità alle domande dei bambini, senza rimandare o cambiare argomento.
  • Evitate i diminutivi o gli eufemismi, che possono confondere o far percepire vergogna.
  • Spiegate i confini corporei: le parti intime sono private, nessuno deve toccarle senza permesso.
  • Ascoltate sempre: se un bambino racconta qualcosa di insolito, prendetelo sul serio e offrite spazio e fiducia.

Un messaggio senza tempo

Dal laboratorio di ricerca degli anni ’90 alle cliniche pediatriche di oggi, il messaggio è rimasto lo stesso: le parole che scegliamo educano tanto quanto i gesti. Parlare apertamente del corpo, con rispetto e correttezza, non significa fare educazione sessuale precoce, ma semplicemente insegnare ai bambini a conoscersi, rispettarsi e proteggersi.

E di questo ne abbiamo parlato con la Dottoressa Giovanna Bandini, scrittrice e insegnante. Una professionista per cui le parole sono il pane quotidiano e che ci ha detto: «Le parole davvero sono il nostro pane quotidiano, non solo il mio, dovremmo ricordarcelo più spesso in quest’epoca dominata dalle immagini. Ma le parole sono ancora insostituibili, è di esse che ci serviamo in modo primario per comunicare, al di là del linguaggio del corpo e non gestuale, nei momenti in cui abbiamo necessità di definire le cose. Nella scrittura, per me, è una ricerca continua trovare la parola giusta, adatta, perfetta quanto più possibile per indicare proprio quello che voglio dire e questo vale anche per nominare gli organi sessuali. Alla fine le parole migliori per dirli sono proprio quelle più semplici e dirette, i loro nomi veri, non i sostituti volgari (più raramente i vezzeggiativi) che spesso vengono preferiti come se conferissero eros alla narrazione. Non è vero, è un brutto cliché.

E sembra incredibile ma lo stesso vale a scuola. Io insegno al liceo, ormai da anni, e ho imparato che semplicità e chiarezza sono le linee guida migliori per rispondere alle domande e per spiegare. Andare a scuola serve proprio anche a questo: imparare a parlare normalmente di qualunque cosa. E i testi che studiamo ci vengono in aiuto: nel primo canto del Paradiso, Dante rievoca l’episodio del mito in cui Apollo spellò il  satiro Marsia che lo aveva sfidato, e dice “lo trasse de la vagina delle membra sue” ovvero lo sfilò dalla guaina del suo corpo. Vagina e guaina sono lo stesso termine con le prime tre lettere invertite – e u/v consonantica o vocalica – , ma la parola è esattamente la stessa. Ora, oltre alla serie di riflessioni fantastiche che ciò porta con sé e che ragazzi e ragazze fanno subito (“allora la vagina si chiama così perché si pensa a essa come custodia di qualcosa?!” “quindi il nome è stato dato in relazione al pene!”) questo permette di familiarizzare con il termine, capirne l’origine, usarlo. E riconoscere il maschilismo della lingua italiana e lavorarci per cambiarlo! Certo il Paradiso si studia in 4° o 5° liceo, ma le occasioni non mancano: in classe nascono sempre tante domande e sono tutti spunti che vanno colti.

Ogni parte del corpo va definita con naturalezza, saper dare i nomi alle cose significa farle proprie, saperne disporre. Superare il pudore nei confronti dei termini indicanti i genitali è molto più facile di quello che si pensa ed è utile, di più, è essenziale per loro, per le persone giovani. Aiuta a normalizzare tutto il corpo, a togliere la sensazione di scabrosità e tabù su quelle parti. “Perché dovrei vergognarmi di nominare quel che Dio non si è vergognato di creare?” non lo dico io, è Sant’Agostino. Nel caso della malattia che colpisce gli organi sessuali, saperne dire i nomi serve non solo a comunicare dove esattamente si ha il problema, ma ha, a mio parere, anche una funzione importante psichicamente: verbalizzare è il primo grado di elaborazione del trauma».