Preparare il corpo a un intervento chirurgico è un aspetto di cui si parla ancora troppo poco. Eppure, come accade per molti passaggi delicati della nostra vita, arrivare preparati può fare la differenza: non solo sul piano fisico, ma anche su quello emotivo. Chiara Manetta, fisioterapista esperta di terapia manuale, lavora da anni con il corpo e con le sue memorie profonde. Attraverso il contatto e le terapie manuali accompagna le persone a ritrovare mobilità, fiducia e rilassamento nei tessuti. In questa intervista ci racconta perché prendersi cura del corpo prima di un intervento può favorire un recupero più armonioso e perché, spesso, il tocco giusto può parlare anche alle emozioni.
Chiara, partiamo dall’inizio: perché può essere importante preparare il corpo prima di un intervento chirurgico?
«Quando parliamo di un intervento chirurgico dobbiamo ricordare che, per il corpo, si tratta comunque di un’aggressione. È un atto necessario e spesso salvifico, ma i tessuti lo percepiscono come un trauma. Dopo un intervento si attivano processi di cicatrizzazione e di addensamento dei tessuti che fanno parte della risposta naturale dell’organismo. Il problema è che, in alcune situazioni, questa risposta può diventare eccessiva. Preparare il corpo prima dell’operazione significa lavorare sui tessuti per renderli più morbidi, più mobili e più recettivi. In questo modo anche la reazione successiva all’intervento può essere più equilibrata».
In che modo le terapie manuali possono aiutare in questa fase?
«Io lavoro molto sul tessuto connettivo e sul sistema fasciale, cioè quella rete di tessuti che avvolge e collega tutto il nostro corpo: muscoli, organi, strutture interne. Quando questi tessuti diventano rigidi o addensati, la mobilità degli organi si riduce. E la motilità degli organi è fondamentale per il loro funzionamento: un organo che non si muove bene può andare incontro più facilmente a infiammazioni, infezioni o difficoltà negli scambi con i tessuti circostanti. Attraverso un tocco molto delicato stimoliamo delle fibre tattili che inviano segnali al cervello, in particolare ad aree legate anche alla sfera emotiva. Questo può generare una risposta di rilassamento nei tessuti. L’obiettivo è restituire mobilità e vitalità a quelle strutture che tengono gli organi in posizione e permettono loro di funzionare correttamente».
Quindi non si tratta solo di un lavoro meccanico sui tessuti
«Esatto, non è solo una questione strutturale. Il corpo e il sistema nervoso sono profondamente collegati. Il tocco, soprattutto quando è rispettoso e leggero, può attivare risposte di rilassamento profonde. Questo ha un effetto sia fisico sia emotivo. Quando i tessuti si rilassano e diventano meno densi, anche dopo l’intervento, è più facile lavorarci e favorire un recupero migliore».
Se una persona sa di dover affrontare un intervento, quando dovrebbe iniziare questo percorso di preparazione?
«Idealmente almeno tre mesi prima. Di solito proponiamo un ciclo di circa dieci sedute, una alla settimana, della durata di cinquanta o sessanta minuti. Ogni persona reagisce in modo diverso, molto dipende dalla situazione clinica e dallo stato generale dei tessuti. Nella pratica i cambiamenti più evidenti si cominciano a percepire intorno alla quinta o sesta seduta».
E dopo l’intervento si può continuare questo lavoro?
«Sì, ma bisogna rispettare i tempi del corpo. Subito dopo l’operazione c’è tutto il processo di cicatrizzazione in atto. In genere si aspetta almeno due o tre mesi prima di riprendere il lavoro manuale. Anche in questo caso il tocco deve essere ancora più delicato e adattato alla fase di guarigione. L’obiettivo è aiutare i tessuti a recuperare elasticità e mobilità, evitando che le cicatrici creino rigidità o restrizioni».
Quando si parla di terapia manuale spesso si immagina un trattamento localizzato sulla zona interessata. È sempre così?
«Non necessariamente. Se la persona ha avuto un intervento specifico, ad esempio addominale o ginecologico, sicuramente quella zona sarà coinvolta nel lavoro. Però spesso iniziamo anche a distanza. Il corpo è una rete continua: i tessuti connettivi sono tutti collegati tra loro. Se una zona è molto dolorosa o sensibile, possiamo iniziare lavorando su aree più lontane, come le gambe, le spalle, la colonna vertebrale. Questo permette alla persona di prendere confidenza con il trattamento e di rilassarsi gradualmente. È un percorso di fiducia. Solo dopo, quando il corpo è più disponibile, si può arrivare anche alla zona più delicata».
Il dolore e la paura influiscono molto su questo processo?
«Moltissimo. Quando proviamo dolore il corpo tende automaticamente a irrigidirsi. È una risposta di difesa. Questa rigidità, nel tempo, può diventare parte del problema perché limita il movimento dei tessuti e degli organi. Per questo è importante procedere con gradualità, dando al corpo un’esperienza diversa: di sicurezza, di rilassamento, di piacevolezza».
Nel suo lavoro ha incontrato spesso il legame tra corpo ed esperienza emotiva?
«Sì, ed è un aspetto molto importante. Ho lavorato a lungo con persone che avevano subito traumi o abusi, soprattutto donne. In questi casi il corpo sviluppa spesso una sorta di “chiusura”: i tessuti diventano duri, intoccabili. È una protezione sia fisica sia psicologica. Il sistema fasciale, cioè l’insieme dei tessuti molli, è molto sensibile alla qualità del contatto. Tocchi aggressivi o non consensuali possono lasciare una traccia profonda. Al contrario, un contatto rispettoso e delicato può aiutare il corpo a riaprire lentamente quella porta».
Possiamo dire che preparare il corpo a un intervento significa preparare anche la mente?
«Assolutamente sì. L’esperienza corporea positiva ha la capacità di “parlare” al cervello. Quando il corpo sperimenta rilassamento e sicurezza, il sistema nervoso apprende una nuova risposta. Questo può aiutare la persona ad affrontare con meno paura anche l’evento chirurgico».
Quanto conta lo stile di vita nella salute dei tessuti e del sistema immunitario?
«Conta tantissimo. Viviamo in una società molto frenetica, piena di stimoli e di stress continui. Questo ha un impatto diretto sul sistema immunitario. Quando le difese si abbassano diventa più facile che si attivino processi infiammatori o altre reazioni dell’organismo. Per questo è importante sostenere il corpo con uno stile di vita equilibrato: alimentazione sana, ritmi regolari, movimento moderato. Non parlo di attività fisica estrema, perché anche l’eccesso può diventare uno stress. Piuttosto camminare, stare all’aria aperta, trovare attività che diano piacere e permettano di ricaricarsi».
La parola chiave è quindi equilibrio?
«Sì, equilibrio tra corpo, emozioni e mente. Il dolore e il piacere, in fondo, sono sulla stessa linea: sono due estremi dell’esperienza umana. Restare in ascolto del proprio corpo, prendersene cura e concedersi momenti di benessere aiuta a mantenere questo equilibrio. Preparare il corpo a un intervento chirurgico significa accompagnarlo, con delicatezza, verso un passaggio importante. Non solo curare una parte malata, ma sostenere l’intera persona nel suo percorso di guarigione».

